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  • Andrea Frailis

“L’abito non fa il monaco”

“L’abito non fa il monaco”, quante volte abbiamo sentito ripetere questo (ritrito) modo di dire. Ebbene siete autorizzati a togliere il saluto a chi pronuncerà in vostra presenza queste parole. Perché non solo l’abito fa il monaco, ma il modo di abbigliarsi è lo specchio dell’anima di un uomo, della sua cultura, dei suoi gusti, della sua maniera di rapportarsi con il mondo che lo circonda. “Il bruto si copre, il ricco e lo sciocco si adornano, l’elegante si veste” diceva Honoré del Balzac, e mai aforisma fu più azzeccato; perché l’eleganza per un uomo è una condizione interiore, lo star bene con sé stessi e, quasi mai, è influenzata da censo, condizioni economiche o familiari. L’uomo elegante, però, non può limitarsi al corretto abbigliamento, ma deve necessariamente estendersi questa condizione a tutto il suo essere; deve, insomma, essere elegante nel comportamento, rifuggendo dagli eccessi, dalla sovraesposizione e dalle urla del nostro tempo. Fatta questa, doverosa, premessa vorrei cominciare a inquadrare quello che è il mio modo di concepire l’eleganza maschile, fatto di sobrietà e di qualche impercettibile trasgressione, ma soprattutto fondato sull’esempio di tanti uomini eleganti dei quali è piena la storia dell’ultimo secolo. E intendo chiarire da subito un altro aspetto; nelle mie opinioni che troverete su queste pagine non leggerete la parola “moda”, se non con valutazioni poco lusinghiere, ma bensì il termine “stile” che ritengo più appropriato per definire alcune regole e pochi suggerimenti. Perché l’uomo realmente elegante non segue le bizzarrie della moda, rifugge dalle “ultime e imperdibili novità” per creare uno stile classico ma in qualche modo adattato al proprio fisico e al proprio gusto. In realtà l’abbigliamento dell’uomo elegante è cambiato molto poco dagli inizi del secolo scorso; mi riferisco a quello che gli inglesi chiamano “longe suit”, e cioè il completo composto da giacca e pantalone e, spesso, anche il panciotto. E’ pur vero che, nei disgraziatissimi (per l’eleganza maschile) anni settanta, lo stile ha subito l’oltraggio del pantalone a zampa di elefante, del maxicappotto o delle giacche cortissime appena sotto il sedere, ma è anche vero che gli stilisti (categoria che, come avrete capito, non amo particolarmente) già dal decennio successivo hanno cercato di mettere riparo ai guasti prodotti. Insomma a mio parere, a parte alcuni aggiustamenti di minore rilevanza, l’uomo elegante del Terzo Millennio deve vestire cosi come i genitori vestivano negli anni cinquanta e i nonni negli anni trenta. Certo, poi, il gusto attuale richiede pantaloni “a sigaretta”, stretti e dritti, giacche comode e destrutturate, in generale tessuti più leggeri, ma sono solo variazioni su un tema che rimane ben solido, caposaldo dell’eleganza maschile, anche del nostro tempo. Ma, fissati questi ineliminabili paletti, occorre cercare everificare le fonti dell’eleganza; se, come detto, la “moda” non può essere un credibile serbatoio dal quale attingere per scoprire “come” un uomo elegante deve abbigliarsi (troppo prevalente l’aspetto commerciale rispetto a quello dell’interesse dell’utente), allora altro non rimane da fare che rivolgersi alle immagini. Quando ero giovane, ad esempio, osservavo attentamente il modo i cui si vestivano attori famosi o altri personaggi pubblici per cercare di impossessarmi dei loro segreti, del loro modo di essere sempre e in ogni occasione eleganti e sicuri di sé. Senza andare ad autentici “maestri” dell’eleganza maschile come Marcello Mastroianni (riguardatevi il film Matrimonio all’italiana, un vero e proprio spettacolo di eleganza maschile del protagonista) o Vittorio De Sica, è indubbio che anche al giorno d’oggi esistono esempi di eleganza maschile tra i pubblici personaggi. Senza voler dare alcuna connotazione politica a quanto sto per scrivere, il presidente del consiglio Giuseppe Conte è, senza ombra di dubbio, un uomo molto elegante; come lo sono personaggi come Matteo Marzotto e il conduttore del TG1 Francesco Giorgino. E mi scuso, perché sto dimenticando molti altri.

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